sabato 20 novembre 2021

Buono vestiario, un altro capolavoro dell'UCAS

 


Quando entrai in Polizia, più di 35 anni fa, chiesi a un collega anziano il motivo per cui i furgoni del nostro Reparto, a ogni trasferta, erano costretti ad allungare il viaggio di cinquanta chilometri per fare rifornimento in una caserma della Polizia Stradale, anziché utilizzare dei banali buoni carburante lungo il tragitto.
Il collega mi rispose: "Vedi, in ogni Pubblica Amministrazione esiste un ufficio, l'UCAS, che decide queste cose".
"L'UCAS? Mai sentito, che cos'è?" chiesi.
E lui: "E' l'Ufficio Complicazione Affari Semplici. Lo abbiamo anche noi ed è molto efficiente. Studiano un'esigenza e individuano la soluzione più complicata per soddisfarla".

La questione dei cosiddetti "Buoni Vestiario", ossia l'indennità  riservata a coloro che svolgono servizio in abiti civili, è un tipico esempio del lavoro svolto dall'UCAS.

All'inizio, l'UCAS pretendeva che fosse l'Amministrazione ad acquistare e fornire gli abiti civili: una giacca, un pantalone e una camicia.

Dato che l'indennità ammontava a qualche decina di migliaia di vecchie lire e che all'epoca non c'erano tutti i negozi di abbigliamento in franchising che esistono ora e che propongono capi con un ottimo rapporto qualità prezzo, la qualità dei capi che l'Amministrazione avrebbe potuto acquistare con quella cifra era pessima. 

Non solo. Qualcuno si rese conto che distribuire migliaia di giacche e pantaloni tutti uguali e di patetica qualità, avrebbe creato un vero e proprio "esercito di Franceschiello" in abiti civili e monocolore...

Allora, l'UCAS decise che ogni Questura, a livello locale, avrebbe dovuto fare una gara con relativa convenzione con un fornitore di abbigliamento, affinché tutti i beneficiari potessero andare a ritirare capi di abbigliamento anche diversi da quelli stabiliti, nel limite del budget individuale prefissato.

Chiaramente il commerciante vincitore della gara, sapendo che dal giorno X al giorno Y sarebbero venuti i poliziotti con il loro buono (eh sì, l'UCAS aveva ritenuto opportuno stabilire precisi limiti temporali per l'acquisto) si adoperava per fare in modo che in quei giorni gli scaffali fossero adeguatamente riforniti con rimanenze di magazzino e con prezzi opportunamente gonfiati.

Per anni, tutto ciò che si riusciva a portare a casa con quei buoni era qualche paio di calzini... le donne nemmeno quelli, perché spesso c'era solo abbigliamento maschile.

Poi la situazione migliorò un poco, furono individuati negozi meglio forniti ma rimase il problema di doversi accontentare della merce disponibile nel negozio convenzionato, con i prezzi imposti dal negoziante. 

E non solo: il sistema di suddivisione degli stanziamenti per il buono vestiario faceva sì che l'importo del buono fosse diverso da una provincia all'altra. Poteva capitare, quindi, che in un città il poliziotto riuscisse a comprarsi un abito firmato e in un'altra a malapena una camicia di bassa qualità (di qui la nostra vignetta).

Poi, dopo una lunga battaglia sindacale, finalmente il Dipartimento acconsentì a riconoscere ai poliziotti la possibilità di acquistare i capi di abbigliamento dove volevano.

Ma subito l'UCAS intervenne: la soluzione era troppo semplice e banale e andava complicata in qualche modo.

E così, fu deciso che:
1) i poliziotti, individuati tramite appositi elenchi, dovevano anticipare con i propri soldi il pagamento;
2) il rimborso sarebbe avvenuto con i tempi soliti, ossia biblici;
3) il periodo in cui il buono era spendibile, era accuratamente scelto in modo da terminare prima dell'inizio dei saldi stagionali;
4) per ottenere il rimborso, il poliziotto doveva fare una domanda, allegando una ricevuta fiscale o una fattura dalla quale risultasse cosa aveva comprato.

Molti negozianti, però, non rilasciavano la fattura perché i colleghi non avevano una Partita Iva. 

Si pensò di ovviare con l'autocertificazione e fino all'anno scorso tutto è andato bene.

Quando l'UCAS si è accorto che le cose andavano bene, prontamente è intervenuto per complicarle, disponendo che quest'anno non è ammessa l'autocertificazione.

La situazione è precipitata nuovamente. Anche perché adesso c'è la fatturazione elettronica. Le fatture elettroniche si pagano e molti negozianti più piccoli ne sono sprovvisti perché non c'è nessuno che gli chiede la fattura (a parte i poliziotti...).

Inoltre, per avere una fattura elettronica bisogna fornire la Partita Iva, il codice univoco attribuito dall'Agenzia delle Entrate e un indirizzo PEC. E non è detto che vi diano una copia cartacea di cortesia. La confusione è arrivata al punto che qualche collega ha portato in negozio pure le analisi del sangue, caso mai fossero necessarie.

Qualcuno ha spiegato che tutti i negozianti hanno l'obbligo di rilasciare la fattura se richiesta; che un privato senza Partita IVA può dare il proprio codice fiscale; che al posto del codice univoco si possono inserire sette zeri ("0000000"), che l'indirizzo PEC può essere omesso e così via...

Ve lo immaginate un collega che cerca di spiegare questa cosa a una commessa che a malapena sa digitare il totale sul registratore di cassa?

Ancora una volta il SAP è intervenuto per evitare il peggio e anche quest'anno è stato consentito di produrre l'autocertificazione.

Bene.

Detto questo, spieghiamo perché siamo profondamente contrari alla fatturazione e in generale a questo sistema di attribuzione dell'indennità.

Primo motivo: i soldi del buono appartengono al poliziotto beneficiario; rappresentano una indennità per il fatto che il collega, anziché indossare una divisa pagata (cara) dall'Amministrazione, usa abiti civili acquistati in proprio. Non capiamo perché l'Amministrazione non debba dargli quanto gli spetta in busta paga, lasciandolo libero di spenderseli come vuole. Cosa cambia per l'Amministrazione? A chi interessa se con quei soldi il poliziotto si compra una camicia piuttosto che uno zainetto o fa il pieno di benzina? Sono soldi suoi, punto e basta.

Secondo motivo: perché devo far sapere all'Amministrazione cosa ho comprato? Perché l'Amministrazione deve sapere se un collega maschio si è comprato delle mutande rosa o se una collega donna preferisce il perizoma agli slip? Dov'è finita la privacy?

Terzo motivo: perché il collega deve essere costretto a spendere quei soldi nel periodo deciso dall'Amministrazione, anziché usarli con i saldi?

Quarto motivo: perché il collega deve anticipare i soldi per comprare abbigliamento che magari in quel momento non gli serve (in fondo, mica andava in giro nudo prima di ricevere il buono... i vestiti se li era già comprati)? Magari uno ha bisogno di un cappotto ma dato che il buono va speso a luglio (per esempio) è costretto a comprarsi una maglietta a mezze maniche che non gli serve affatto.

La soluzione più semplice, che eviterebbe problemi, violazione di privacy, spreco di risorse umane e materiali per il fardello burocratico connesso alla gestione di ricevute cartacee, autocertificazioni, controllo scontrini ecc... ecc.. è quella di accreditare la somma sulla busta paga

Facile, veloce, gratis. Un vero incubo per l'UCAS.

Il problema non è diverso per i buoni pasto e per i generi di conforto (ma di questi aspetti parleremo in un altro post) ed è per questa ragione che il SAP ha promosso una petizione nazionale, per indurre l'Amministrazione a inserire, in sede di rinnovo del contratto di lavoro, una specifica previsione che consenta l'accredito in busta paga di questi emolumenti (senza che su di essi siano praticate ritenute fiscali). 

Mancano pochi giorni alla scadenza del termine per firmare la petizione. Contattate il referente SAP della vostra Provincia e chiedete di firmarla, ovunque facciate servizio e a prescindere dalla sigla sindacale di appartenenza.

Buon lavoro a tutti ✋🙂






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